Turchia: liberate gli attivisti LGBT+ incarcerati

La polizia turca ha fermato oltre 100 persone e ne ha arrestate 83, tra cui 25 attivisti per i diritti LGBT+ che ora rischiano un procedimento penale. Firma per chiedere il loro rilascio.

Nella notte del 12 settembre la polizia turca ha fatto irruzione nelle case delle persone che guidano associazioni LGBT+ e le ha prelevate nel sonno. Quella che era cominciata come un'operazione contro una sola associazione si è trasformata in una repressione estesa a cinque province: ad Ankara, Istanbul, Mersin, Smirne e Aydın almeno 117 persone sono state fermate e 83 sono state arrestate e poste in custodia cautelare. Tra loro ci sono 25 persone che difendono i diritti LGBT+, tra cui fondatrici e fondatori, membri dei consigli direttivi e una persona che lavora nel giornalismo. Oggi sono accusate di «oscenità» e di violazione della legge turca sulle associazioni per il solo fatto di aver gestito siti web, tenuto la contabilità e sostenuto la propria comunità. Il ministro della Giustizia ha lasciato intendere che i finanziamenti di aclune associazioni sia sospetto, ma la stessa indagine del governo sui reati finanziari aveva accertato che sono stati ricevuti legalmente e debitamente dichiarato.

Le irruzioni sono arrivate poche ore dopo che un tribunale aveva oscurato i siti e i profili social di queste associazioni, togliendo loro lo strumento con cui avvisano la comunità quando c'è un pericolo. Il giorno seguente una circolare del governo ha esteso le indagini in materia di «morale» a qualsiasi attività che possa spingere i minori verso l'«assenza di genere». Così si apre la strada alla persecuzione di ogni forma di educazione, supporto sanitario e attivismo LGBT+. Le autorità stanno ora procedendo per sciogliere quattro delle associazioni colpite.

Alcuni esponenti del governo turco, tra cui il ministro della Giustizia, hanno diffamato pubblicamente le persone arrestate, e i media filogovernativi si sono uniti alla campagna. Una di loro è stata rilasciata, ma per le 24 ancora in carcere il pericolo è concreto. La tutela della famiglia è solo un pretesto: questo è un attacco coordinato per rendere impossibile l'esistenza stessa delle associazioni LGBT+ in Turchia. E altri governi stanno a guardare per capire se funziona.

Firma anche tu e chiedi alle autorità turche di liberare le persone arrestate per il loro impegno a difesa dei diritti umani, di garantirne la sicurezza in carcere, di rinunciare allo scioglimento delle loro associazioni e di smettere di trattare l'attivismo LGBT+ come un reato.

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Al presidente Recep Tayyip Erdoğan e al ministro della Giustizia turco Akın Gürlek, nonché all’Unione europea, al Consiglio d’Europa e agli organismi delle Nazioni Unite competenti in materia di diritti umani:

Dal 12 settembre 2026 almeno 117 persone legate alle associazioni LGBT+ turche sono state fermate in un'operazione coordinata in cinque province (Ankara, Istanbul, Mersin, Smirne e Aydın), chiamata «La mia famiglia è al sicuro». Tra loro ci sono 44 persone impegnate nella difesa dei diritti LGBT+. Al termine delle udienze, nella notte tra il 16 e il 17 settembre, 83 persone sono state arrestate e poste in custodia cautelare.

Tra le persone arrestate ci sono 25 attiviste e attivisti per i diritti LGBT+, tra cui fondatrici, fondatori e membri dei consigli direttivi di associazioni LGBT+ e HIV, oltre a una persona che lavora nel giornalismo. Di queste, 24 sono ancora in carcere. L'operazione ha colpito sette associazioni LGBT+ (Kaos GL ad Ankara; SPoD, Lambdaistanbul, LİSTAG e HEVİ a Istanbul; Muamma e 7 Renk a Mersin) e due associazioni di Istanbul che si occupano di HIV, Pozitif Yaşam e Pozitif-iz. Sono state perquisite le abitazioni dei membri dei consigli direttivi e le sedi di otto associazioni. La procura chiederà lo scioglimento di SPoD, Lambdaistanbul, LİSTAG e HEVİ.

Le accuse, tra cui «oscenità» e violazione della legge sulle associazioni, riguardano attività ordinarie: pubblicare contenuti sui siti, gestire i conti, sostenere la comunità. I fermi sono arrivati dopo che un tribunale aveva oscurato quegli stessi siti e profili social, e dopo una circolare del ministero della Giustizia che estende i controlli sulla «morale pubblica» alle attività che incoraggerebbero l'«assenza di genere» tra i minori. Il ministro della Giustizia Akın Gürlek e i media filogovernativi hanno diffamato le persone arrestate, mettendone a rischio la sicurezza in carcere. Anche le proteste sono state represse: almeno 125 persone sono state fermate e poi rilasciate.

La Costituzione turca e i trattati ratificati dalla Turchia tutelano la libertà di associazione e di espressione e il diritto a un giusto processo, compreso l'accesso a un legale di fiducia.

Alle autorità turche chiediamo di:

- rilasciare immediatamente e senza condizioni le persone detenute solo per il loro lavoro nelle associazioni LGBT+ o in difesa dei diritti umani;
- garantire a ogni persona detenuta un colloquio riservato con un legale di fiducia e motivazioni chiare e individuali della detenzione;
- garantire la sicurezza delle persone detenute e respingere pubblicamente le dichiarazioni e la copertura mediatica che stigmatizzano le persone LGBT+ in carcere;
- revocare il blocco di siti e profili social, ritirare le richieste di scioglimento delle associazioni e smettere di invocare la «morale pubblica» e la «tutela della famiglia» per indagare su attività lecite della società civile.

All'Unione europea, al Consiglio d'Europa e agli organismi ONU per i diritti umani chiediamo di sollevare la questione con le autorità turche, pubblicamente e per via diplomatica, e di tenerla all'ordine del giorno internazionale finché le persone detenute non saranno rilasciate.


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